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PROFESSIONI: PUBBLICATO IL X RAPPORTO SULL’AVVOCATURA

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  • On Maggio 12, 2026
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Il documento, pubblicato da Cassa Forense con la collaborazione del Censis, fotografa una professione in lieve ripresa, seppur con persistenti criticità.

Dal progressivo aumento degli iscritti al crescente numero di cancellazioni, passando per una maggiore attenzione al benessere personale e all’equilibrio psicologico, fino all’impatto dell’intelligenza artificiale: il Decimo Rapporto sull’Avvocatura, realizzato da Cassa Forense in collaborazione con Censis, offre una lettura approfondita delle trasformazioni che stanno interessando la professione forense.

L’analisi prende in esame diversi aspetti – dai redditi alla comunicazione professionale, dal sistema previdenziale alle differenze di genere, fino alle dinamiche pensionistiche – delineando un settore in continua evoluzione che, nonostante il quadro complesso, restituisce segnali di cauto ottimismo.

L’INDAGINE

L’indagine ha coinvolto quasi 31 mila avvocati a fronte degli 8 mila della prima edizione. 

I dati più recenti sono incoraggianti e mostrano un miglioramento della condizione economica e reddituale della categoria. 

Nel 2024 il reddito complessivo Irpef degli avvocati ha registrato un incremento del 7,1% rispetto al 2023, consentendo alla categoria di superare gli 11 miliardi di euro di reddito. Anche il volume d’affari ha registrato un andamento positivo, raggiungendo i 16,4 miliardi di euro, con un incremento del 5,7%.  Particolarmente significativa è la crescita del reddito medio annuo, che è passato dai 48 mila euro del 2023 ai 51.912 euro del 2024, con una variazione percentuale dell’8,9%.

IL CALO DEGLI ISCRITTI

Dopo l’obbligo di iscrizione alla Cassa Forense introdotto nel 2013, la professione ha attraversato una fase di costante crescita del numero di iscritti: dai 235.055 del 2015 si è arrivati al picco di 245.030 nel 2020. 

Successivamente, a seguito della pandemia e dell’introduzione di nuove dinamiche professionali, il numero degli avvocati si è ridotto progressivamente, sino a raggiungere i 228.641 iscritti nel 2025. 

In dieci anni gli iscritti alla Cassa Forense sono, quindi, diminuiti di 6.414 unità. Alla crescita annua del +5,0% registrata nel 2015 si è sostituita, nel 2025, una contrazione del -2,0%, con una variazione complessiva pari al -2,7% nell’arco dei dieci anni.

A ridursi sono soprattutto gli avvocati attivi (-10.659), mentre i pensionati contribuenti aumentano di 4.245 unità. Il risultato è una platea professionale mediamente più anziana, nella quale il ricambio generazionale appare meno dinamico rispetto al passato.

La composizione di genere continua a mostrare una prevalenza maschile: nel 2025 gli uomini iscritti sono 121.986, a fronte di 106.655 donne.

LA PARTECIPAZIONE FEMMINILE

Dalla fine del secolo scorso e fino al 2019 la professione forense ha conosciuto una continua crescita della partecipazione femminile, facendo raggiungere alle avvocate il 48,0% del totale degli iscritti alla Cassa. 

Ciononostante, i dati più recenti indicano una diminuzione nella percentuale di donne iscritte. A partire dal 2021, infatti, la tendenza ha iniziato gradualmente a invertirsi, determinando una progressiva riduzione della quota di donne, che nel 2025 si attesta al 46,6%.

Per le avvocate, il percorso di permanenza e consolidamento all’interno della professione continua quindi a presentare maggiori difficoltà. Allo stesso tempo, però, la componente femminile risulta nettamente prevalente tra le fasce più giovani degli avvocati attivi: le donne rappresentano il 57,3% degli iscritti fino ai 34 anni, il 54,7% nella fascia tra i 35 e i 44 anni e il 51,3% tra i 45 e i 54 anni.

Il rapporto si inverte a partire dai 55 anni, dove la componente maschile torna predominante, raggiungendo il 57,5% tra i 55-64enni, fino a diventare largamente maggioritaria tra gli over 64 (73,1%). 

L’ASSETTO STRUTTURALE

Persiste un modello professionale fortemente centrato sullo studio monopersonale (66,2%)

L’accesso alla professione è inoltre sempre meno caratterizzato da un’immediata autonomia. L’ingresso nella professione, tuttavia, è sempre meno associato a un’immediata autonomia lavorativa. Tra gli avvocati under 40, infatti, solo il 42,4% è titolare di uno studio individuale, mentre il 27,3% svolge prevalentemente attività di collaborazione e il 15,9% opera in regime di monocommittenza.

Con l’avanzare dell’età, invece, il lavoro autonomo torna ad essere nettamente predominante a partire dai 41 anni.

Resta contenuto il peso delle forme organizzative più strutturate, come gli studi associati o le realtà con collaboratori.

La condivisione degli spazi di lavoro riguarda oltre due terzi degli avvocati (67,9%). Tra i più giovani la quota sale al 77,6%, mentre il 52,3% degli avvocati fino a 40 anni dichiara di essere ospite o collaboratore non pagante presso uno studio e solo il 15,4% contribuisce alle spese come affittuario.

Sul piano delle differenze di genere, le donne risultano titolari di studi monopersonali in misura superiore agli uomini (il 67,7% contro il 64,8%). Un dato che si accompagna, tuttavia, a una maggiore incidenza femminile anche nelle forme di collaborazione più vincolate, sia prevalente (13,3% contro il 7,1% degli uomini) sia in monocommittenza (6,6% contro il 3,6%). 

LA CONDIZIONE PROFESSIONALE

Dopo una fase segnata da forti oscillazioni, e soprattutto dopo il 2020 — anno in cui si è registrato il livello più elevato di criticità percepita, con il 32,9% degli avvocati che definiva la propria situazione “molto critica” e il 39,5% “abbastanza critica” — il quadro ha mostrato un progressivo miglioramento, consolidatosi anno dopo anno.

Nel 2026, infatti, gli avvocati esprimono la percezione più positiva della propria condizione lavorativa dall’inizio delle rilevazioni, avviate nel 2015.

Dieci anni fa il 61,3% degli avvocati considerava la propria situazione “molto” o “abbastanza” critica: il 22,5% la definiva “molto critica” e il 38,8% “abbastanza critica”. 

Nel 2026, invece, solo il 18,4% degli avvocati continua a percepire una situazione “molto critica”, caratterizzata da poco lavoro e forte incertezza professionale, mentre il 26,9% che la giudica abbastanza critica.

Cresce in modo significativo a percentuale di avvocati che descrive la propria condizione come stabile, passata dal 22,2% del 2015 al 34,4% del 2026. Aumenta anche la quota di chi esprime una valutazione positiva della propria situazione professionale, salita dal 15,3% al 18,0%, così come quella di coloro che dichiarano un netto miglioramento nell’ultimo anno e definiscono la propria condizione molto positiva: dal 1,2% del 2015 al 2,3% del 2026.

I MOTIVI DELL’ABBANDONO

Nell’ultimo anno il 30,3% degli avvocati ha preso in considerazione l’idea di abbandonare la professione, una percentuale ancora significativa, ma in leggera riduzione rispetto al 33,3% dell’anno scorso. 

La principale motivazione risiede in questioni di natura economica: il 58,6% segnala costi elevati e una remunerazione non adeguata. Tra le altre motivazioni il 13% indica il raggiungimento dell’età pensionabile come motivo per terminare l’attività; il 10,5% attribuisce la propria scelta a un calo della clientela; l’8,8% esprime il desiderio di intraprendere nuovi percorsi professionali; il 3,6% segnala difficoltà nella conciliazione tra vita privata e lavoro; il 5,4% indica ragioni diverse, e tra queste, il 4,6% fa riferimento al troppo stress, la stanchezza, un senso di insoddisfazione o alla necessità di migliorare la qualità della propria vita.

LA PROMOZIONE DELLE ATTIVITÀ

Il passaparola tra clienti si conferma al primo posto nella promozione delle attività (l’87,0% nel 2015 contro l’85,3% nel 2026), mentre le relazioni sociali e amicali, pur in riduzione (dal 76,3% al 69,3%), continuano a rappresentare un canale ampiamente diffuso nella costruzione della clientela.

Il sito dello studio è tra gli strumenti che crescono con maggiore evidenza (dal 13,4% al 19,2%), mentre la partecipazione alla vita pubblica registra una diminuizione (dal 15,3% all’11,5%).

Le collaborazioni e gli accordi con altri professionisti o strutture passano dal 24,6% al 18,6%.

Tra gli strumenti utilizzati per promuovere l’attività del proprio studio legale, i social media occupano ormai un ruolo sempre più significativo. Il 10,4% degli avvocati dichiara infatti di farvi ricorso, con una diffusione particolarmente elevata tra i professionisti under 40, dove la quota sale al 18,2%.

Tra le piattaforme più utilizzate per la promozione professionale prevale LinkedIn, scelto dal 49,9% degli avvocati che utilizzano i social, seguito da Facebook con il 32,7%. Anche Instagram mantiene una presenza rilevante, seppure più contenuta, attestandosi al 13,7%.

Restano invece marginali altri canali come TikTok (1,1%), YouTube (0,9%) e X, utilizzato solo dallo 0,2% degli avvocati.

L’ATTENZIONE AL BENESSERE PSICOLOGICO

Ad oggi, il 7,5% degli avvocati dichiara di essere sereno e soddisfatto nella vita professionale, e il 50,7% afferma di sentirsi talvolta sotto pressione, ma comunque in equilibrio (tab. 32). 

Il 58,2% dei professionisti forensi percepisce, quindi, una condizione di equilibrio psicologico nella quotidianità lavorativa.

Permangono tuttavia segnali di difficoltà, soprattutto tra le donne, per le quali risultano ancora più evidenti le criticità legate alla conciliazione tra vita professionale e vita privata, oltre alle persistenti disparità reddituali.

In ogni caso, escludendo il 4,4% che ha preferito non rispondere alla domanda, rimane una percentuale non trascurabile di avvocati che rilevano invece situazioni di difficoltà. 

Il 26,8% riferisce di sentirsi spesso stressato e di avere difficoltà nella gestione dei carichi di lavoro, il 9,7% è in forte difficoltà o in una situazione di crisi. Inoltre, dalle risposte aperte emerge un ulteriore 0,4% di professionisti che si definisce demotivato, insoddisfatto, frustrato, deluso o scoraggiato.

Nel complesso, circa il 37% degli avvocati non riesce oggi a raggiungere un pieno stato di benessere psicologico nell’ambito della propria professione.

QUI IL RAPPORTO COMPLETO (PDF)

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